CINEMA/ PRISONERS

lunedì, dicembre 02, 2013


Inizia con l’immagine di un bosco innevato, Prisoners, il thriller di Denis Villeneuve. È però l’unica immagine di candore concessa agli spettatori, e finisce presto, quando il cervo, in lontananza, viene abbattuto. 


La neve si sporca di sangue e da quel momento si fa ingresso in un mondo torbido. Durante il Giorno del Ringraziamento, mentre tutta l’America è in festa, in un paese della Pennsylvania due bambine di 6 e 7 anni scompaiono nel nulla. Nella disperazione delle famiglie, inizia una caccia all’uomo serrata e la trama prosegue in maniera abile fra piste che si rivelano essere strade morte, sospetti e misteri; si affacciano nuovi personaggi: un ragazzo afasico, un prete con un cadavere nello scantinato, un mitomane dall’aria morbosa. Chi ha rapito le bambine? Che ne è di loro?

Mentre lentamente si arriva alla verità, gli spettatori vengono trasportati in un viaggio nel sottosuolo dell’animo umano. In questo film, la violenza è come quei fiumi sotterranei che scorrono inesorabilmente sotto il terreno, nonostante per lunghi tratti non lascino alcuna traccia di sé. Insomma, la provincia non è poi così tranquilla come appare, anche se agghindata in maniera rassicurante per il Ringraziamento,e tutti i modi per esorcizzare il male e sentirci al sicuro sono solamente rimedi posticci, perché prima o poi la violenza irrompe. Scorre anche nelle vene dell’uomo, il quale deve fare i conti con essa per tutto il tempo della sua vita, eppure la rimuove continuamente.

E la violenza non è solo quella che si nasconde negli scantinati o sotto terra (questa volta in senso letterale), nelle case di provincia. È anche quella del padre di famiglia perfetto, almeno in apparenza, che cerca vendetta torturando un giovane forse implicato nel rapimento. Storie d’America e della coscienza di un paese che ammette ancora in alcune parti la pena di morte; ma io direi non soltanto, in tempi in cui la cronaca nera domina i palinsesti televisivi, giocando con il lato torbido degli uomini.

Prisoners mi è piaciuto molto proprio per la sua valenza simbolica: parla di un rapimento, ma evoca riflessioni sulla natura umana e sulla società. Ho trovato particolarmente riusciti i personaggi del padre, Hugh Jackman, e soprattutto quella del detective, un Jake Gyllenhaal di poche parole, pacato ma risoluto, forse provato dalla crudeltà del mondo. Bellissima e d’impatto la fotografia.

Pur disseminando il cammino dello spettatore di dubbi destinati a rimanere senza soluzione, nel finale il film per un attimo mette da parte l’idea della natura misteriosa del male – da cui il labirinto, figura richiamata più volte nella storia– e spiega in maniera forse troppo didascalica (ma non altrettanto convincente) le ragioni di una violenza iniziata molto tempo prima. Il cattivo ne esce, quindi, come un personaggio non affascinante come gli altri e "calcolatore".

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