DIARIO / NON COME O COSA MA PERCHé SCRIVO

sabato, aprile 01, 2017


Ho menzionato l’ispirazione. Quando viene chiesto loro cosa sia e se esista davvero, i poeti contemporanei rispondono evasivi. E non perché non abbiano mai avuto la grazia di questo impulso interiore. Solo, non è facile spiegare a qualcun altro ciò che tu stesso non capisci.

Quando mi viene posta questa domanda, anche io esito. Ma la mia risposta è: l’ispirazione non è privilegio esclusivo di poeti o artisti in generale. C’è, c’è stata e sempre ci sarà una serie di persone che riceve la sua visita. Di questo gruppo di individui fanno parte quanti hanno consapevolmente scelto la propria vocazione e svolgono il proprio lavoro con amore e immaginazione. Può trattarsi di medici, insegnanti, giardinieri – e potrei andare avanti a elencare migliaia di altre professioni. Il lavoro di queste persone diventa un’avventura continua, nella misura in cui riescono a trovarvi sempre nuove sfide. Le difficoltà e le battute d’arresto non soffocano la loro curiosità, e da ogni problema che risolvono scaturisce un nugolo di nuove domande. Qualunque cosa sia l’ispirazione, nasce da un continuo “Non lo so”.

Non ci sono molte persone così. La maggior parte degli abitanti della Terra lavora per tirare avanti. La gente lavora perché deve; non sceglie questo o quell’impiego per passione, le circostanze della vita scelgono per loro. Un lavoro privo d’amore, un lavoro noioso, un lavoro stimato solo perché gli altri non hanno nemmeno quello, per quanto privo d’amore e noioso: ecco una delle peggiori miserie umane. E, per come vanno le cose, non ci sono segnali che indichino che i prossimi secoli produrranno qualche cambiamento.

Quindi per quanto io possa negare il monopolio dei poeti sull’ispirazione, continuo a considerarli un selezionato gruppo di beniamini della Fortuna.
(Wislawa Szymborska)


Perché ci alziamo la mattina? Sapreste rispondere a questa domanda? Io no. Non saprei farlo ora ma forse non lo sapevo nemmeno mesi fa, se qualcuno me l’avesse posta questa domanda probabilmente avrei guardato al futuro e non al presente. Come se vivessimo in funzione di qualcosa che deve succedere e dobbiamo costruire, e non per quello che stiamo già vivendo. Il lavoro è indubbiamente una parte fondamentale della vita di ognuno di noi e se si ha la fortuna di poter fare qualcosa che piace, per cui ci si sente ispirati e che non sia solo il mezzo per arrivare a fine mese, il lavoro dovrebbe essere uno dei motivi per cui alzarsi la mattina. 


Venerdì ho ascoltato chi raccontava di una propria crisi, spiegando come ad un certo punto ci si possa ritrovare a continuare a vivere la propria routine lavorativa senza trovare più entusiasmo e ciò dipende dal fatto che abbiamo perso il perché lo stiamo facendo. Se quel perché non è necessariamente legato allo stipendio, quel perché dovrebbe essere il motivo per cui si vive una settimana senza l’ossessione del weekend o la disperazione di un altro lunedì all’orizzonte. Il lavoro dovrebbe rendere vivi, entusiasti, creativi e pieni e forse ciclicamente darci nuovi perché. Non dovrebbe essere un’ancora di salvezza, uno sfogo, un riempitivo di una giornata. Il nostro lavoro dovrebbe essere espressione di una parte di noi, quella più ispirata che non sempre riesce ad emergere. Per fare modo che questo accada, come sempre nella vita, dovremmo fermarci a pensare perché lo sto facendo? Non è tanto come o cosa faccio a lavoro, ma perché. E almeno nel mio caso mi sono resa conto non basta un semplice perché mi piace. Che si sa vuol dire tutto e niente. Superficialmente è sempre quella risposta, quella che ci spinge forse alle volte ad andare avanti ma che poi all’improvviso può generare grande insoddisfazione. Se ci ponessimo certe domande molto spesso saremmo solo in grado di generare grosse crisi, non ce le facciamo perché in certi casi un po’ di sano cinismo, che ci aiuti ad ignorare i problemi, è un alleato ad una vita serena. 

Io ho sempre fatto cose che mi piacevano, che mi rendevano spesso soddisfatta e che soprattutto soddisfacevano e rendevano orgogliose le persone intorno a me. Ho avuto la fortuna (o sfortuna) negli ultimi anni di avere amiche che mi hanno più volte detto che ero un esempio per loro, portavo avanti mille progetti insieme, una casa e una famiglia ed ero sempre pronta a buttarmi in qualcosa di nuovo. Non ero in realtà così brava come poteva sembrare e nemmeno così felice, non cercavo mai il perché. La stima delle persone aiuta, ma spesso se non si hanno gli strumenti per canalizzarla ti allontana da quel perché e ti spinge sempre più verso il cosa faccio. Nel mio caso tante cose. Quando ti liberi di mille pesi e sovrastrutture e ti metti in discussione e a nudo, ti senti poi anche più libera di scegliere. Io non ho sempre fatto tutto spinta dall’ispirazione, spesso sono stata forzata ma scrivere soprattutto all’inizio (ormai sei anni fa) è sempre stato il modo per dare sfogo alla parte di me più ispirata. 

Non saprei rispondere al perché di tante cose che ho fatto e faccio, ma saprei rispondere al perché scrivo e ho sempre scritto. Ci sono vari livelli, il primo è banalmente catartico. Scrivere mi fa stare bene, mi rilassa e mi da modo di mettere in ordine mille idee e pensieri. Vivo in un continuo stream of consciousness, e starmi dietro alle volte è complicato anche per me. Le espressioni 'saltare di palo in frasca' o 'voli pindarici' mi rappresentano al meglio. C’è chi recentemente mi ha soprannominato Scarabeo perché scrivo sconnessa anche su WhatsApp. I miei pensieri sono più veloci anche della tastiera. Quando scrivo qui posso rileggere e mettere tutto insieme, tornare indietro e correggere errori e soprattutto trovare un senso a tutto e quindi capirmi un po’ finalmente. 

Per questo i post che più ho amato sono quelli dove racconto di me, quelli personali e di viaggio. Ed era da mesi, forse quasi un anno che non ne scrivevo. 

Il secondo livello è puramente legato alla vanità, se ti piace scrivere ma senti il bisogno di farlo pubblicamente c’è evidentemente una buona componente di vanità in te che ti spinge a trovare un pubblico e quindi una sorta di conferma alle tue capacità e alle tue insicurezze. Altrimenti scriveresti e terresti tutto nel tuo pc. 

Il terzo livello è stato il più difficile da capire e forse il più profondo e ha richiesto più sforzi. Scrivo per lasciare traccia di me e perché nel tempo mi sono convinta di poter essere utile anche nelle frivolezze dei suggerimenti di un viaggio organizzato a qualcuno. C’è una necessità credo in ognuno di noi di trovare un senso a tutto quello che facciamo sperando che non sia tutto figlio del momento, che non sia fine a stesso, e che lasci non solo segno di noi ma che ci connetta con qualcuno. Più lavori in un settore che ha tutte le carte in regola per essere considerato frivolo e più pensi di non stare facendo qualcosa di così utile al prossimo, e sarà anche quella una sorta di egoismo e vanità ma c’è necessità di sapere invece che non sia così. Scrivo per non scomparire e perché magari mi piace pensare di strappare in certi casi il sorriso di qualcuno, di aiutarlo a trovare la destinazione di un viaggio o l’ispirazione per arredare a casa. Non è salvare il mondo ma da un piccolo senso a tutto e al mio perché.



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