DIARIO / DI ME E AYAN, DI QUANDO IO STAVO PER ANDARE A VIVERE A PARIGI E LEI A MONACO

mercoledì, settembre 20, 2017

Steve McCurry - Jaipur, India (Caring and Curing)

Non ho sempre avuto ben chiaro di essere una ragazza fortunata. Quando sei piccola è inevitabile che il confronto con gli altri spinga la tua attenzione verso chi ha di più (o almeno ci sembra sia così).
Alle elementari metà dei miei compagni faceva merenda con una Kinder Brioche, io scartavo la mia stagnola per estrarne una fetta di torta paradiso preparata in settimana da mia madre. Descritta così sembro già una piccola fiammiferaia, in realtà mia madre viaggiava solo in direzione ostinata e contraria a tutto quello che fosse confezionato. Qualche anno dopo è stato buffo riflettere sul fatto che molte delle mamme che compravano la Kinder Brioche erano casalinghe mentre la mia, che ci imponeva torte fatte in casa, lavorava. Niente da fare però, all’epoca credevo solo che gli altri bambini fossero più fortunati di me e mia sorella. Pazienza che la Kinder Brioche quando ho avuto occasione di assaggiarla l’ho trovata insulsa e non appagante (stesso discorso per la Simmenthal tanto desiderata perché ce l’avevano tutti. Simmenthal che poi ho quasi sputato nel piatto quando la zia me l’ha finalmente comprata). In quel momento le fortune mi parevano quelle: le merendine e i capelli biondi delle mie compagne certamente più belli dei miei neri come la pece.


Crescendo ho iniziato quasi inconsapevolmente ad effettuare l’esercizio opposto, a soffermare l’attenzione nel confronto con gli altri verso chi aveva di meno. Il percorso è stato lungo e ad ostacoli ma c’è stato un attimo, che ricordo più o meno risalire a qualche anno fa, in cui ho compreso di essere una ragazza fortunata. Ci sono stati dei momenti nella mia vita in cui questa consapevolezza è emersa più prepotentemente altri in cui è stato uno sprazzo di lucidità mentre ero presa dal frullatore di eventi che mi ritrovavo a vivere.

Il confronto però, quello che non ci abbandona mai e con cui spesso combattiamo, è stata la chiave. Mi ha spinto ad osservare cosa avevo io e cosa avevano gli altri, le possibilità che mi avevano concesso determinate scelte e sono ben presto arrivata ad una conclusione: ero fortunata e la mia fortuna non era altro che frutto del caso. Aveva determinato la mia vita, il mio lavoro e i miei affetti e tutto per una serie di fortunati eventi che nessuno poteva dire se mi ero meritata o meno.

Sentirmi fortunata non mi ha evitato di desiderare sempre e ancora di più. A questo però ci arriverò un po’ più in là.

Da dove inizia la mia fortuna? Sono nata in Italia. Già qui la mia vita è iniziata con una gran botta di fortuna. Potevo nascere in Svezia e sfruttare magari un migliore welfare ma la statistica mi avrebbe potuto far nascere in molti altri paesi dove forse, in quanto donna, non avrei avuto il diritto nemmeno di parola, o dove forse mi sarei ammalata già in fasce per una malattia che in molti altri paesi non esisteva nemmeno più. Ecco non ho ancora quasi iniziato l’elenco delle mie fortune e già scordavo la prima: sono nata donna (quando tutti invece si aspettavano Edoardo).

Sono nata nel ricco Nord-Est, quando ricco lo era davvero. Anche questo è stato puro caso. Anzi doppio puro caso perché mio padre è nato a Venezia mentre mia madre in un piccolo paese del Salento (quello dove tutti vanno in vacanza ma da cui tutti i ragazzi vanno via per frequentare l’università fuori).

Quando ho iniziato il liceo la mia scuola figurava tra i migliori quindici licei classici d’Italia. Ci sono andata per quello? No, avevo deciso per il liceo classico e quello era esattamente a cinque minuti a piedi da casa mia. Altra fortuna perché potevo svegliarmi a mezz’ora dal suono della campanella, mentre alcune mie compagne erano già in classe per colpa del bus che le faceva arrivare in anticipo. Ho frequentato un’ottima scuola (pubblica!), e questo mi è parso più chiaro quando alle prime lezioni all’università mi sono confrontata con ragazze che avevano, nelle loro città, fatto come me il classico e non sapevano cose che io pur non essendo una secchiona ritenevo basilari. Sono in certi casi arrivata a dubitare il classico lo avessero fatto davvero (che nordica snob!) perché ero convinta che essendo quello il programma ministeriale, tutti avessimo avuto l’opportunità di studiarlo allo stesso modo.

Scrivo nordica snob (e no, non lo ero realmente, che mezza terrona mi ci sono sempre sentita e rivendicata) perché l’università in effetti l’ho frequentata a Bologna, decisione supportata dall’aspetto economico. Mamma e papà non pagavano solo la retta ma anche l’affitto della camera.

Fino a qui mi pare evidente che è stata tutta solo una questione di caso tramutato in fortuna. Il mio paese di nascita, la mia città, le scuole che ho frequentato e di conseguenza le amicizie o fidanzato, sono dipese da scelte che io ho potuto fare solo per il caso che poi si è rivelato essere a me favorevole. Fortuna insomma. Il 2 maggio 1986 stando ad una ricerca su Google sono nate circa altre 90.000 bambine in tutto il mondo. Il 2 maggio 1986, 500 grammi di più o di meno eravamo tutte 90.000 uguali e con le stesse possibilità. Solo l’estratto di nascita, paese e città hanno determinato che a me il caso regalasse fortuna ad altre sfortuna.

Io sono nata fortunata e anche quando non mi sentivo tale sfruttavo la mia inconsapevole fortuna facendo tanti sogni. Perché sognare è bello, e se nasci fortunata ti viene anche più facile, perché grandi problemi da risolvere o affrontare non ce li hai. Ho sognato fin da piccola e ho continuato da grande, ho sognato di diventare direttore del Corriere della Sera, designer di gioielli (che lo so ci azzecca poco con la scrittura) e un altro innumerevole di esperienze o professioni che ho già scordato. Ho sognato di cambiare città. Spesso. Una volta dopo un viaggio a Valencia ho sognato di andare a vivere lì. Mi era piaciuta così tanto che ci si poteva trasferire finiti gli studi. Giusto il tempo di infilare il cappotto e di dimenticare la vacanza estiva e avevo già un altro sogno. Più crescevo e più certi sogni si tramutavano in possibilità, concrete e tangibili. Possibilità che richiedevano ogni tanto impegno e ancora una volta una buona dose di caso che io vedevo come fortuna, quella che molto spesso ha giocato dalla mia parte.

Così ho sognato di andare a vivere a Parigi. Ci volevo andare davvero. Il davvero me lo concedo perché chi mi conosce bene mi ha sempre fatto sognare in santa pace, consapevole che ero capace di voli pindarici e di ritornare da sola sulla terra
. Parigi era diversa da altri sogni, o almeno mi sembrava perché era uno di quelle cose che mi sono ritrovata a desiderare mentre il frullatore prevaleva sullo sprazzo di lucidità. Sognavo Parigi e come spesso è accaduto la fortuna, il caso (non certo la mia bravura) ad un certo punto l’ha resa quasi realtà. Ad un certo punto mi sono ritrovata a guardare gli annunci delle case in affitto per farsi un’idea, ad un certo punto ho osservato una domenica pomeriggio i bimbi giocare ai Jardin du Luxembourg pensando sarebbero potuti essere tra qualche anno i miei. Ad un certo punto ho girovagato per il Marche des Enfants Rouges immaginandomi a comprare le verdure per fare il minestrone (che non credo di aver mai fatto). Ad un certo punto ho anche informato mamma e papà che forse questa Italia che pur a noi aveva dato il giusto (di certo non rientravo tra i giovani disoccupati o tra i cervelli in fuga) c’era possibilità di lasciarla a breve, e di andare non in un posto a caso ma a Parigi.

Ho pensato che vivere a Parigi fosse meglio.
Ho pensato che vivere a Parigi potesse rendermi più felice. Ho pensato che Parigi fosse meglio anche per i miei figli un domani (sai che piccoli geni radical chic bilingue che ci venivano stando lì). Sono tornata piccola, la mia vita mi pareva una torta paradiso all’arancia e chi aveva la Kinder Brioche e vedeva la Tour Eiffel dalla finestra era sicuramente più fortunato di me. E io in effetti a guardarmi indietro avevo già tutto quello che è in realtà importante e rende felice. E no non è una città.

Io però volevo di più, perché se nasci fortunata vuoi sempre di più. Se nasci fortunata ti abitui ad esserlo. Se nasci fortunata (anche se non lo sai) non ti sembra alle volte mai abbastanza e ti convinci che l’asticella si possa sempre alzare. C’è chi si affanna per farlo, chi sta fermo ma il risultato non cambia: pensiamo sempre che c’è chi ha di più.

Siamo nate in circa 90.000 quel 2 maggio 1986. Una di quelle bimbe ormai donna come me potrebbe essere Ayan e la sua storia è diversa fino a qui dalla mia. Il caso l’ha fatta nascere a Mogadiscio in Somalia. Probabilmente anche Ayan da piccola ancora prima di capire che forse, fosse nata in un altro paese avrebbe avuto qualche meno difficoltà, ha invidiato i capelli della vicina di casa pensando fosse più fortunata di lei. Ben presto la sua attenzione immagino si sia spostata su altro.

Anche lei però come me deve aver pensato che un altro paese la potesse rendere felice, che la Germania fosse meglio della Somalia e in generale dell’Africa. Deve aver anche lei sognato i suoi bimbi giocare in qualche parco di Monaco e il sorriso le deve aver investito il viso all’idea di regalare loro mille possibilità in più rispetto a quelle delle Somalia.

Ecco mi viene da pensare, allora io e Ayan non siamo così diverse. Il caso ci ha destinato a vite diverse ma forse desideriamo le stesso cose. Chissà quanti sogni ha fatto e fa ogni giorno Ayan. Forse in realtà si è abituata a sognare più in piccolo di me perché tutto è sempre proporzionato a quello che hai.

Lei deve aver sognato prima di lasciare Mogadiscio, di sopravvivere al viaggio nel Sahara. Deve aver sognato di uscire dalla prigione dove era stata rinchiusa in Libia.
Quindi deve aver sognato di riabbracciare il marito da cui era stata separata. Mentre l’imbarcazione sopra cui viaggiava stava naufragando deve aver sognato di sopravvivere. Arrivata in Sicilia deve aver sognato di vedere la sua famiglia nuovamente unita. Una volta a Monaco deve aver sognato di far nascere lì il proprio bimbo, e quando questo per una legge non è potuto accadere, deve aver sognato che qualcuno in Italia finalmente si prendesse cura di lei che anche sognare era diventato troppo impegnativo.

Ayan con un pancione di otto mesi è arrivata a Roma e prima di trovare accoglienza ha dormito in una tenda alla stazione Tiburtina. Immagino le sia sembrata una fortuna anche quella rispetto a quando si trovava in mare durante un naufragio. Poi è arrivata al centro di Intersos, l’organizzazione umanitaria che si prende cura (anche dal punto di vista psicologico) di donne e bambini vittime di guerre e violenze. Ha potuto abbandonare la tenda e ha trovato un letto. Un letto, un luogo per fare giocare suo figlio e un pasto. A lei sarà sembrata l’ennesima fortuna, e pazienza se il materasso non era così comodo quelli sono pensieri che a lei non sfiorano.

Io a rifletterci bene non so se sono stata veramente fortunata. Cos’è la fortuna? Devo ancora capirlo bene. So che credo di esserlo perché sono consapevole che quasi tutto sia dipeso dal caso, e se ho vissuto dei momenti in cui mi sono sentita tanto felice da aver paura finisse tutto, allora quel caso doveva essersi tramutato in fortuna. A quel caso ho dato un valore positivo.

Devo rifletterci meglio e forse ci vorrà ancora tanta vita per farlo. Mentre attendo so però che quel 2 maggio 1986 potevo nascere Ayan, e se fosse stato così in mezzo a tanti sogni avrei avuto anche quello di sperare che ci fosse qualcuno che dedicasse tempo, risorse e impegno a chi ne ha reale bisogno a persone come me.

Intersos è una delle molte associazioni che opera per donne e uomini come Ayan, e questo non è un caso. Nei centri Intersos viene data accoglienza, quella cosa che se ci pensiamo sappiamo fare tutti: quando apriamo la porte di casa scambiamo due parole con il nostro ospite, gli chiediamo anche all’ultimo se si vuole fermare a cena (perché mia nonna mi ha insegnato che dove si mangia in sette si mangia in otto) e che in caso ci spinge anche a farlo dormire nella stanza degli ospiti.

Tutti sappiamo accogliere solo che non ce ne rendiamo conto. Servono quindi centri Intersos, come servono volontari e servono fondi per far si che letti, pasti e anche il supporto psicologico necessario sia garantito ad Ayan e non solo. Possiamo accogliere tutti anche con piccoli passi, il primo è dare un contributo. E fino al 15 ottobre con SMS o chiamando al 45525 possiamo farlo.

Per noi, per Ayan e per quello che saremmo potuti essere.


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