DIARIO / L'ANNO PIù DIFFICILE DELLA MIA VITA - secondo lucy

DIARIO / L'ANNO PIù DIFFICILE DELLA MIA VITA

martedì, gennaio 02, 2018


Fino a non poco tempo fa scrivere qualche riga a fine anno era consuetudine, e più di una volta i miei post sono stati sorprendentemente coincisi. Ero felice, grata, quasi terrorizzata per quanto avevo e chiedevo solo continuasse cosi.

Ho vissuto anni pieni e vivi, viaggi, esperienze, opportunità, incontri, anni di cambiamenti e di punti fermi, poi all’improvviso qualcosa si è rotto e ho vissuto sospesa. Questo 2017 è stato un ponte tra due vite, tra due persone. Ho perso il mio passato e ho perso quello che credevo essere il mio futuro. Ho perso una parte di me. Quella che mi ha reso l’Enrica di ora, quella che sembrava scritto nel destino mi avrebbe portato ad essere la me del futuro. Ho perso il mio per sempre. 

Ho perso chi sedeva dietro a me al liceo, chi in un freddo giorno di ottobre in una nebbiosa Pechino era diventato mio marito. 

Ho perso il sorriso. Quello che tutti dicevano era rimasto inconfondibile anche quando il mio corpo era cambiato. Ho perso la fiducia. Prima in me stessa. Poi nel futuro. Infine negli altri. 

Ho scoperto però che avevo una famiglia. Non perfetta o da Mulino Bianco ma la migliore che si possa desiderare di avere. Ho capito che madre vorrò essere: come la mia. Ho capito che amare un figlio non significa solo coccolarlo, stargli a fianco senza fargli notare gli errori, ho capito che l’amore di una madre e di un padre non si manifesta tanto negli abbracci quanto nel saperci rendere pronti ad affrontare le difficoltà e la vita. Renderci pronti ad accettare i nostri errori, le debolezze e farlo senza mai perdere il rispetto per gli altri e dimenticare che essere adulto significa avere responsabilità. I miei genitori mi hanno insegnato qualcosa che ho sottovalutato per tutta la vita di avere: il senso di responsabilità. 

Sono stata orgogliosa dei miei genitori come se per un attimo fossi io il loro genitore e li osservassi da fuori. Orgogliosa del mio migliore amico che si chiudeva in bagno per consolarmi  al telefono quando ero in preda a lacrime e deliri. Orgogliosa degli amici che hanno cercato in tutti modi, spesso invano, di farmi accettare che un futuro ci sarebbe stato comunque. Sono stata fiera dei miei colleghi che hanno perso le chiacchiere spensierate, i miei scherzi e hanno combattuto strenuamente per far sì che ogni tanto il sorriso si facesse largo nel mio viso. Mi hanno comprato cibo quando non volevo mangiare, mi hanno nascosto da occhi indiscreti, mi hanno dimostrato quanto credevano in me. Sono stata fiera delle nuove amiche entrate nella mia vita senza aver conosciuto la me di prima, amiche che si sono prese sulle spalle un dolore, il mio, che ha spaventato molti per quanto fosse forte. 

Ho provato anche tanta delusione. Ho scoperto che il dolore mette alla prova e talvolta chi è capace di dare affetto e amore quando tutto va bene, si nasconde dietro ad un silenzio assordante quando tutto va male. Ho capito che la fragilità rende egoisti. Ho capito che quando fai stare male una persona non vuoi vedere i risultati di quello che hai fatto e così anche chiedere scusa diventa troppo doloroso. Ho capito che la forza è nel rispetto e nel senso di responsabilità verso la vita, chi scappa rinnega prima di tutto se stesso e si condanna ad un dolore che forse lo scava a vita. 

Ho perso il sorriso ma ho affrontato il dolore più grande della mia vita senza scappare. Ho chiesto aiuto. Mi sono messa in discussione, mi sono presa le mie, non poche, colpe. Ho pianto, tanto. Troppo. Fino a sentire male fisico. Ho pianto fino al punto di chiedermi se ci fosse un limite massimo. Ho visto il dolore e l’impotenza delle persone che mi stavano vicino nel vedermi consumare. Sono prima dimagrita fino a scavare il mio viso e poi ho ripreso tutto.



Ho urlato alle persone che mi volevano aiutare spingendomi all’odio verso chi non sarò mai in grado di odiare, per quanto mi ha amato e messo la sua vita nelle mie mani. Ho difeso e tutelato chi non riusciva a fare lo stesso con me. Non ho mai rinnegato me stessa.  Ho scelto la pace fino a che ne ho avuto la forza nonostante niente e nessuno fosse d'accordo fosse il meglio per me. 

Mi sono scoperta debole. A tratti feroce nel trovare le parole per ferire chi credevo stesse ferendo me. Sono stata feroce con chi credevo avesse tutto e con facilità si rapportava al mio vuoto interiore con storie di vita. 

Mi sono scoperta vuota. Al punto che qualsiasi cosa mi accadesse non mi provocava nulla se non indifferenza. Mi sono sentita vuota senza l’unica cosa che per me aveva senso: l’amore. Cosi quando il dolore all'ennesimo gesto è diventato insostenibile ho messo in dubbio la mia vita, tredici anni che sono quasi metà della mia intera strada. Ho messo in dubbio che quell’amore che tutti credevano così speciale, unico e fuori dal normale come mi avevano sempre confidato fosse mai stato vero. Ho messo in dubbio ogni minima parola, lettera, messaggio, sguardo, sorriso, promessa e pianto io avessi vissuto. Ho messo in dubbio la scelta dei nomi dei bimbi. Ho messo in dubbio la verità delle dichiarazioni d'amore più estreme che mi sono state fatte. Perché sí, ho avuto per una vita intera quello che tutte mi invidiavano.

Avevo chi, mi dicono, mi ha amato fin dal primo momento follemente. Forse un po’ troppo. Avevo chi mi viveva come la sua ragione di felicità, chi viveva per rendermi felice. Chi voleva che dalla nostra nuvoletta non scendessimo mai, avevo chi mi amava al punto da essere  pronto dopo una vita insieme a farsi da parte se non era in grado di regalarmi la felicità assoluta. Chi soffriva in silenzio. Avevo quel genere di amore da uno su milione, avevo i pianti di fronte alla scena di Up! avevo un romanzo fatto di lettere, e post-it sparsi per casa. Avevo chi mi guardava da lontano, mi supportava e poi mi confidava quanto fosse orgoglioso di me. 

Avevo il sogno. Avevo io che compievo 30 anni in una soleggiata Parigi, e vivevo per qualche giorno il sogno di una vita diversa. Ero io che aprivo il mio biglietto di auguri con le parole più dolci e intense che si possano desiderare. Io che attendevo quel momento che poteva cambiare la nostra vita ascoltando i The Lumineers con il cuore gonfio di gioia mentre camminavo per la Defense. Ero io che osservavo i bimbi correre ai Jardin du Luxembourg e immaginavo fosse il futuro. Ero io felice, al punto di saltellare e dire non volevo finisse mai, ma mi bastava sapere che quel momento sarebbe stato un ricordo che nessuno mi avrebbe mai tolto. Ero io ed era un’illusione che una città non ti può regalare la felicità. Era il troppo di quando non ti accorgi che hai già tutto e non ti accorgi che se i felice per il momento e non per il luogo.  Era un’altra me. 

Era tutto ma non sembrava abbastanza. E quando quel tutto si è sgretolato tra silenzi e dolori ho pensato che le favole se finiscono non sono favole. Ho prima pensato che avevo distrutto tutto, mi sono demolita e mentre lo facevo scomparivo, mi scoprivo una brutta persona. Ho detto infine è stata una farsa. Finzione. Mi è stata rubata la vita. 

Ho sempre visto il lato positivo. Ho sempre visto il bicchiere mezzo pieno. Ho sempre creduto che dal dolore si imparasse, che quando va tutto male spesso arriva invece qualcosa di migliore. Ma è bastato poco per cambiarmi,  perché il dolore vero, ho ben presto capito, non lo avevo mai provato. 

Così ho vissuto in una costante altalena, e caos emotivo che nessuno poteva capire perché nessuno può capire mai un altro essere umano nel profondo. 

Sono stata male come credevo non fosse possibile, ho sperimentato come il dolore possa partire dalla testa e attraversare tutto il corpo e farsi sentire in ogni parte di te. Ho sperimentato come il vuoto esista davvero. Ho scoperto come il dolore investa ogni parte di te, ho smesso di ascoltare la radio, accendere la tv, leggere un giornale, ho smesso di parlare di vita perché non avevo più ricordi di cui poter parlare senza che quel dolore mi tormentasse. 

Credevo di meritarmi tutto. Poi al punto di non ritorno la rabbia è arrivata, quando ho capito che no, non mi meritavo tutto. Che non esistono condanne agli errori. Non mi meritavo tanto. E ho capito anche che non e una questione di merito. 

Mi sono arrabbiata con chi non c’entrava nulla.

Sono diventata piccola, debole, inerme, corrosa dal dolore che provavo. Bloccata. Persa. Incapace di passare oltre quel dolore, perché non avevo fiducia in nessuno. 

Ho visto l’inferno. Ho visto il dolore negli occhi di chi mi stava intorno e si sentiva impotente. Ho sbagliato. Ho ferito. Ho creduto non fosse un problema perché avevo già perso tutto. Ho provato per la prima volta nella mia vita odio, usato termini che non avevo mai usato prima, provato pena e pensato che la mia vita fosse finita a 31 anni.

Ho capito che non è mai solo una questione di amore, ma di stare bene insieme.  

Mi sono scoperta meno forte di quello che tutti credevano e ho smesso di avere paura del tempo e della morte. 

Ho capito che non è tutto nelle nostre mani, ma che il destino ogni tanto ci aiuta e che va capito. Ho capito che sono complicata, testarda, impegnativa, un caos emotivo con cui alle volte è impossibile avere a che a fare. Sono ostinata ma mi sgretolo anche con facilità. Ho capito che ho bisogno spesso di stare sola e quando lo sono vorrei non fosse così. Ho capito che non ero tutta sbagliata come in certi momenti mi sono convinta, ma che alle volte non ci si ferma fino a che non è troppo tardi. 

Ho capito che sono terrorizzata del futuro, ma non vivere il presente non mi aiuterà a farmi passare la paura. 

Ho capito che devo dire grazie a papà Armando e mamma Maria Ada per essere stati al mio fianco come pochi altri genitori sarebbero stati in grado. Essersi presi il peggio di me e averlo fatto in silenzio mentre soffrivano anche loro. 

A mia sorella Giorgia con cui forse non ci capiremo mai fino in fondo perché troppo diverse, ma che ha sempre creduto in me.

A mia Zia Francesca di cui sono il primo pensiero.

A Diego perché ha sofferto con me in silenzio, ho fatto sentire inadeguato ed era lì comunque sempre come sempre.

A Giovanna che è entrata nella mia vita in punta di piedi e si è comportata come l’amica di sempre. 

A Riccardo che ogni tanto mi fa da secondo padre, si preoccupa di aggiustarmi la vita di essere pragmatico e come i miei genitori spesso ha visto e sentito il peggio di me. 

Ad Elena perché e Elena dall’asilo e sempre lo sarà.

A Silvia perché mi ha dimostrato che sarà difficile ma c’é di chi fidarsi. 

A Valeria che mi ha preso per mano quando mi mancava il respiro e spiegato che non dovevo vergognarmi a chiedere aiuto. 

Ad Elena, seduta al mio fianco ogni giorno, che mi ha sempre capito senza che io dovessi parlare e mi ha aiutato a capire la me di un anno prima.

A Michel che mi ha fatto ridere per distrarmi e ha sdrammatizzato ogni momento. 

A Leonardo che sarà sempre anni luce lontano da me, e che come quando eravamo ragazzini e gli raccontavo i miei timori non è riuscito a convincermi fino in fondo, ma almeno ci ha provato. 

A Serena e Erika che mi hanno scritto quello che mai dimenticherò e ho sentito vicino nella lontananza.

A Bri che ha preso gli scatoloni della mia vita, messi nella sua auto e quasi convinto che ero una donna speciale anche io. 

A Chiara e Francesco che ci hanno provato, creduto e che hanno saputo ascoltare quando non erano in dovere di farlo. 

A Luisa per la sua dolcezza.

A Elena la terza della mia vita per avermi capito all’improvviso da sconosciuta e avermi fatto riflettere e avermi regalato un’amicizia.

A Chiara, una meteora che ovunque sia porto nel cuore. 

Alla scrittura che mi ha messo a nudo, ma ha dato spesso un senso alle giornate più buie facendomi capire come scrivere sia parte di me. 

A Elijah che mi ricorda il senso di tutto. 


Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile, ma se alla fine di tutto si hanno così tante persone da ringraziare, forse un motivo per credere che il vuoto viene colmato dall'amore che proviamo per quella cosa chiamata vita  c'è. 

Mi hanno detto che dovevo scrivere un libro, la cui fine è stata scritta dal destino qualche settimana fa su un volo per Parigi. Credo che non lo farò, ma ecco quanto dovevo alla me passata, a quella futura, alla scrittura, a quei due ragazzi, e a te che leggi e non trovi un senso al dolore e un giorno sono certa ce la faremo entrambe.  











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